Il mio nuovo sito web è www.gennaromonarca.com
Il mio nuovo sito web
novembre 6, 2006ROMANZO APPROSSIMATO (una storia vera)
agosto 22, 2006PREMESSA
La stesura di questo romanzo conclude un argomento da me avviato con due precedenti testi. ‘Il nido sulla roccia’, pubblicato nel 1984 appena dopo la morte di mia madre, quando avevo 37 anni. E ‘Indagine profonda’, pubblicato nel 2000 appena dopo la morte di mio padre, quando avevo 53 anni. Se oggi, dal 2003, a 56 anni, ho ripreso a scrivere sulla stessa vicenda, è perché sono venuto casualmente in possesso di una corrispondenza fitta tra i miei genitori di cui al tempo della stesura dei suddetti romanzi ignoravo l’esistenza*. Sicché ho voluto postillare con la certezza del documento, per così dire, quello che nei due citati testi presentavo esclusivamente quale frutto di ricordi personali e di un ‘sentito dire di piazza’, cui i miei genitori, quando gliene chiedevo, aggiungevano esplicazioni di comodo, troppo sospettose per la mia curiosità di scrittore. I risultati di questo nuovo e definitvo lavoro su un argomento con cui ho molto convissuto, sono pagine di dolore, lotta, ripicche, rivalsa. Ma anche d’amore, felicità fugace, sogno e speranza. Pagine amalgamate e corrette con la mia fantasia solo quando l’intreccio vivo della realtà trasmessami come un’enigma da sciogliere, poteva continuare a sfuggire alla sua intellegibilità e ad uno schema drammaturgico meno caotico e più accettabile. Non per giudizio offro queste pagine al lettore, ma per trasmettergli, se possibile, il bisogno insopprimibile di chi, nelle vicende a lui più prossime, cerca certezze per sé.
(*) I brani del romanzo preceduti dal segno § sono la trascrizione di lettere e documenti autentici riportati (non tutti) così come li ho rinvenuti e letti, conservati adesso nel mio archivio privato.
************************
PROLOGO
Nell’estate del 2002, per svolgere un’inchiesta giornalistica non ricordo più su che cosa, soggiornai per una decina di giorni a Capri dove mi aveva spedita il mio giornale. Terminato il lavoro e diventata semplice vacanziera, un pomeriggio mi misi a girare sull’isola e m’infilai in un affollato, mormorante e unto mercatino di periferia. Imbattutami nella bancarella di un vu’ cumprà di colore, acquistai un valigione in tessuto ‘molas’, con ricami dai colori intensi come quelli dei pesci pappagallo di Panama da cui forse proveniva.Tornata a casa, prima di destinare la compera alla mia collezione di anticaglie, la ispezionai a caso e che scoprii? Un romanzo nascosto in un insospettabile doppio fondo del valigione. Ma non un romanzo edito, e nemmeno normale. Si trattava di uno scartafaccio formato da un canovaccio e da una documentazione di supporto fatta di lettere, appunti, diari, ritagli di giornali e fotografie. Come se l’anonimo autore del lavoro, consapevole dell’impossibilità che una storia di sentimenti potesse essere accettata dall’odierno mercato letterario (tale intuivo fosse la storia dopo averla scorsa fuggevolmente), tracciatene le linee narrative alla bell’e meglio, avesse evitato poi l’inutile fatica di portala in stesura definitiva. Proprio come si comporta uno scrittore quando sa che quello che compone non è destinato alla pubblicazione. Convinta di tanto, mi misi a consultare e a leggere con più attenzione lo scartafaccio che d’ora in avanti chiamerò ROMANZO APPROSSIMATO.
CAP. 1
Si trattava dunque d’una storia di sentimenti. Una tormentata storia d’amore tra due giovani, Berto e Marzia. Si partiva dal tempo felice di quest’amore, negli anni ’30 del ’900. L’anonimo autore scriveva poche cose sulla felicità iniziale del rapporto, allegando agli appunti narrativi alcune lettere d’amore dei due giovani.
§ Marzia, t’amo appassionatamente, ardentemente, follemente! Fino a oggi il mio amore è stato silenzioso, ma ora ho sentito che non potevo più aspettare. Dovevo farti sapere tutto e lo faccio. Pensandoti, il mio cuore batte forte, preso da una passione impetuosa che mai si spegnerà. La tua immagine, i tuoi occhi, la tua bocca, i tuoi riccioli, il tuo viso e tutto di te, mi abbagliano e mi accecano. Vorrei restare accanto a te tutta la vita, per sussurrarti le parole dolci e nuove del mio amore sconfinato. Vorrei che tu fossi mia, solo mia, Marzia. Non sei rimasta insensibile ai miei sguardi d’amore, l’ho visto. Perché allora non mi dici che anche tu mi ami con un biglietto, una semplice parola? § Anch’io, Berto, ti amo. Il mio pensiero ricorre sempre a te. Nessun altra immagine ha saputo prendere posto nel mio cuore come la tua. Nessuno ha mai potuto avere l’amore che ti darò. Sai com’è grande il cielo, il mare, la terra? Così è immenso il bene che ti voglio. Facciamo così. Quando passi lungo il Corso sotto i miei balconi quando ci sto, se vedi che ho annodato un fazzoletto alla ringhiera, è segno che di notte ci sarò, giù, a spicciare qualcosa e potrai venire. E se tu passando accenderai una sigaretta, è segno che verrai. D’accordo?In un’annotazione a parte l’autore del romanzo approssimato segnava che i balconi cui alludeva Marzia erano quelli delle due stanze poste sui due locali che Francesco Minieri, il padre di lei, teneva fittati in mezzo al Corso di un paese del Sud come tanti, accanto a una chiesetta che chiamavano dei Carcerati. Uno dei due locali era adibito a bottega di tessuti (il padre di Marzia viveva di commercio di stoffe, oltre che a posto fisso lì dentro, anche da ambulante, con la stalla per cavallo e carretto in un locale-magazzino in fondo a un vicolo attiguo alla chiesetta). L’altro locale fungeva da cucina. La casa vera dei Minieri si trovava più giù, al piano alto d’un fabbricato al vico Landi da cui il negozio neanche si vedeva. Sicché i Minieri cucinavano e pranzavano qui, per divedersi meglio tra pentole e bancone. E non solo cibo corrente ma anche pietanze sofisticate che poi portavano in casa per mangiarle con più calma in giorni di festa. Pietanze sofisticate che per non sottrarre troppa attenzione ai clienti si preparavano di notte, a negozio chiuso. Era Marzia che s’offriva. E i Minieri, presi per la gola, non avevano nulla da obiettare quando lei chiedeva di stare a tarda ora laggiù. Così la madre Rosaria le dava facilmente la chiave. Perciò, concludeva questa nota l’autore, Marzia scriveva a Berto d’aspettarla nel negozio chiuso ai clienti a quell’ora di notte, dopo un mattutino segnale convenuto al balcone. E lì dentro i due si amavano e parlavano, raccontandoselo in altre lettere.§ Berto, quando passi sotto i miei balconi e io ci sto, se vedi che mi soffio il naso, questo è il segnale per farti capire che passando per Mariniello il fotografo devi ritirare una lettera che ti ho scritto. Se invece vedrai un fazzoletto steso ad asciugare appeso con una sola molletta, significa che non te l’ho potuta scrivere ancora la lettera perché non ho avuto tempo, ma lo farò al più presto.
§ Marzia, le mie lettere le consegnerò a Teodoro il giornalaio. È là che potrai andarle a ritirare. Affinché nessuno si accorga che entri nell’edicola per questo, comprerai il giornale di racconti ‘Novella’. Lo pagherò io. Scrivimi molto, Marzia, come lo farò io con te. Sembrerà di parlarci anche stando lontano. Poi chissà, mettendo insieme le nostre lettere, magari potremo farne un romanzo bellissimo. § Ti scriverò moltissimo, Berto. E chissà come andrà a finire il nostro romanzo. Mi hai detto che quando sei triste scrivi tanti fogli per me che poi strappi. Anch’io faccio così. Ieri sera stavo senza luce elettrica, e per scriverti ho usato un lumicino. L’altro giorno, invece, mentre ti stavo scrivendo ho dovuto smettere tre volte. Una volta è venuta mia madre, una volta mia sorella e una volta mio fratello Vitaliano che è tanto curioso che certe volte debbo tirargli due schiaffi per farlo allontanare. L’unico rimedio è scriverti di notte, ma lo farò con piacere, puoi starne sicuro.§ Marzia, ieri non ho potuto scriverti come ti promisi l’altra sera. Lo faccio stamattina. Ti amo tanto e te l’ho giurato tante volte. Sei stata l’unica donna che ha saputo far battere il mio cuore. L’unica donna che amerò per sempre. Vorrei tenerti sempre vicino, stringerti e carezzarti, amarti a lungo e suggellare questa sacra parola con i baci lunghi e ardenti che solo noi sappiamo darci.§ Ieri sera, Berto, avrei voluto che il tempo passato insieme a te fosse durato almeno un paio di secoli, perché non ho mai provato tanta felicità. Mi sembrava di sognare quando mi baciavi. Quando non ti vedo mi sento morire. In quei momenti farei qualsiasi cosa per diventare una farfallina e venire a girare e rigirare intorno a te dovunque sei. Ti mando una scatola di cioccolatini, Berto, e ti rispondo che è vero, soltanto noi sappiamo baciarci così. Quanto durano i nostri baci? Un giorno dovremo cronometrarli. Sono baci lunghissimi, i tuoi. A me invece piacciono corti e forti forti forti, e te ne mando giusto mille.§ Che bene ti voglio, Marzia! Mai dovrai guastare con i tuoi capricci la mia felicità. Verrò da te sabato sera all’ora che mi hai scritto. Busserò tre volte alla porta come feci ultimamente. Voglio proprio vedere come sono quei mille baci forti forti forti che mi hai mandato. I cioccolatini che mi regalasti erano buoni, ma le tue labbra hanno più sapore ed io le preferisco. I nostri baci sono differenti da quelli degli altri fidanzati. Per noi hanno il sapore del vero amore. Bruciano di passione piccante. Forse perché quando si ama reciprocamente, non si bada a niente, pensando alla felicità che l’uno dona all’altra.§ Berto mio, ormai ci amiamo follemente e nessuno di noi due potrà dubitare dell’altro. È quasi un anno che ci amiamo e anche se facciamo questioni, dopo è finito sempre a baci. Pensando al nostro amore spesso parlo tra me e me ad alta voce dicendo Berto mi vuol bene? E da me a me rispondo sì, me ne vuole assai, e mai potrà lasciarmi, mai. T’amerò sempre, Berto, fino a sopportare tutto quello che mi vorrai fare. Come potrei vivere più senza i tuoi baci? Ti voglio così bene che tutti gli uomini di questo mondo li odio. Nessuno è come te. Se anche un giorno tu ti stancassi di me, io ti amerò lo stesso, e ancora di più. Sei l’unico grande amore della mia vita. Solo con te vicino il mio animo ribelle riesce a calmarsi.Sottolineava l’autore in una nuova nota che Marzia per il suo amore con Berto sottraeva impegno al commercio del padre, specialmente quando andava a Napoli, col treno, a rifornirsi di stoffa dal alcuni fidati grossisti del genitore coi loro magazzini in certe straduzze del Rettifilo, vicino ai Quattro palazzi. L’autore annotava che era il padre Francesco a mandarcela da sola, quando non potevano recarcisi insieme e non poteva andarci lui soltanto. Si partiva all’alba raggiungendo, con una carrozzella o un’auto noleggiati, la stazione a un paio di chilometri dal paese, si montava sul treno a vapore e si andava, ritornando di primo pomeriggio, di sera o di notte, a seconda della consistenza delle commissioni. E Berto ne approfittava e ci andava anche lui di nascosto, e di nascosto incontrava Marzia nei momenti in cui la ragazza o stava sola o eludeva la sorveglianza del padre. In merito l’autore del romanzzo approssimato aveva approntato il brano seguente.Napoli è imbardata con bandiere nere, svastiche e tricolori con stemma sabaudo. Ecco il Borgo Loreto con la Chiesa del Carmine a punta come infilzata nella gran massa di case posteggiate dai soliti salaiuoli, bidonisti, scugnizzi, vecchie accanto a bancarelle piene di chincaglierie, sotto archi svolazzanti di panni appesi (che il Regime vorrebbe inutilmente abolire). Ecco un corteo di balilla che a Piazza Nicola Amore si esercita nel passo dell’oca. Ecco nella zona del porto, visibile in lontananza sotto il cielo terso, il vecchio bastimento San Marco che pare voglia dirigersi, quasi a frantumarla, sulla mole gialliccia del Castel dell’Ovo. Ecco, poiché è il 4 maggio e c’è la processione che trasla i resti di San Gennaro dalla Cattedrale a Santa Chiara, Berto e Marzia che la vedono già abbracciati, da una piccola altura, e sono lontane quelle formicole plaudenti che seguono il teschio di San Gennaro in un simulacro d’argento (la seconda processione che trasporterà le ampolle si svolgerà nel pomeriggio, preceduta dai patrizi di Napoli, quelli iscritti nel libro d’oro) con il loro stendardo retto dal Duca di Sannicandro, al fianco del marchese Pignatelli, al Conte de’ Liguori e con in testa il Podestà, presidente della cosiddetta Deputazione del Tesoro del Santo (sono tutte spiegazioni che il più colto Berto dà a Marzia nell’osservare il corteo). Ecco al Largo Ferrandina il GUF, dove Berto potrebbe entrare perché ha rinnovato la tessera alla Sezione del paese, che fa capo a questa di Napoli. Ecco Via Toledo dove Leopardi scendeva con l’amico Ranieri al Caffè Italia, oggi trasformato in Bar Novecento. Ed ecco infine Piazza San Ferdinando, il San Carlo, il Palazzo Reale, di nuovo il Rettifilo e la Stazione.
L’autore del romanzo approssimato annotava che la ragazza era esitante, preoccupata di perdere il treno mentre Berto l’avvicinava, l’aiutava, le parlava proponendole due passi per Via Caracciolo, o magari una passeggiata in barca a Mergellina. Ecco una bozza di dialogo fra i due.
Marzia: “Oggi non possono venire, magari un’altra volta. Oggi devo tornare presto a casa”.
Berto: “A che ora c’è il treno?”.
Marzia: “Fra poco, a mezzogiorno”.
Berto: “E perché allora tanta fretta se sono appena le dieci?”.
Marzia: “Le dieci?”.
Berto: “Sì, le dieci”.
L’autore del romanzo approssimato annotava che a questo punto Berto mostrava a Marzia l’orologio messo prima accuratamente indietro di nascosto. E Marzia si convinceva a seguire il giovane, ricordandolo successivamente in altre lettere.
§ Ricordi, Berto, come fummo spinti in quella chiesa al Vomero? E Via Caracciolo, ricordi? Camminavamo come due storditi. Ricordi quanti baci in quel taxi? E poi quella dolce gita in barca a Mergellina, ricordi?
§ Avrei voluto, Marzia, che quelle nostre ore in barca fossero durate un secolo. Avremmo potuto amarci eternamente trasportati dalle onde e dalla nostra follia. Avrei voluto che il treno che ti riportava a casa si fosse fermato in un paese ignoto dove abitare noi due insieme lontano da tutte le ipocrisie che ci butteranno addosso a causa del trasporto, della follia e della lealtà con cui ci amiamo.
L’autore annotava che Marzia quella volta per ritornare a casa fece appena in tempo a prendere l’ultimo treno. Anche Berto lo prese. Marzia e Berto tornarono insieme al paese. Ancora parole, progetti, promesse. Poi ecco entrambi nelle loro case, con Francesco ad attendere preoccupato la figlia sulla soglia del negozio e rossa in viso (“Ho perduto il treno, papà, c’era molta folla dai grossisti…”). L’autore sottolineava che Francesco osservò la figlia con uno strano presentimento (Rosaria gli disse di quel giovane… lui storse il muso). Però sorvolò sospirando, perché Marzia aveva svolto i servizi per bene, non s’era fatta imbrogliare, aveva portato la stoffa che diceva lui. La madre le riscaldò la cena e volle sapere. Marzia parlò e non parlò. Bastò alla madre per capire. A voler sapere tutto fu invece Nunzia, la sorella minore di Marzia. L’aspettava sopra sdraiata sul letto a sfogliare il solito giornale di moda e Marzia le spiegò… E intanto di notte, quando Nunzia dormiva, lei non ci riusciva.
§ Al ritorno, a casa, Berto, di notte, non dormii. Mi misi sul letto vestita e pensavo solo a quello che c’eravamo detto. Come potrei dimenticarti? Dovunque vado ti vedo, ci sei o non ci sei. Mi ami tu come ti amo io? Ci saranno per noi in futuro giorni felici come questi?
§ Non lo so, Marzia, se per noi verranno più giorni così. So soltanto che potrà succederci qualunque cosa, nella vita, ma le ore felici del nostro amore di adesso nessuno ce le potrà togliere.
***********************************
continua su www.gennaromonarca.com
L’AUTORE – GENNARO MONARCA (nome completo Gennaro Cesare Monarca)
***********************************